Una chiacchierata con i The Academic

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Qualche sera fa, il 10 aprile, siamo stati a vedere i The Academic al Circolo Magnolia di Segrate (Milano). La band si è esibita ripercorrendo una scaletta composta dai brani del loro album di debutto, Tales of a Backseat, uscito il 12 gennaio di questo anno per la Downtown Records.

L’atmosfera molto intima ha permesso alla band e al pubblico di divertirsi veramente tanto. Le canzoni molto energiche hanno permesso a tutti di cantare e saltare di qua e di là. Così tanto che a un certo punto cantante e chitarrista si sono lanciati in un crowd surfing. Ed è proprio con il chitarrista, Craig Fitzgerald, che giorni prima abbiamo avuto occasione di fare una chiacchierata.

S: Craig, non vediamo l’ora di vedervi suonare a Milano. Nel frattempo, c’è da dire che voi avete appena finito il vostro tour americano, giusto? Com’è andata?

C: Esatto, abbiamo finito il nostro primo tour americano e devo dire che è stato davvero emozionante. Siamo stati in posti che conoscevamo già, posti che amiamo, e anche in altri posti che invece abbiamo visto per la prima volta. In più, un sacco di gente è venuta ai concerti ed era la nostra prima volta in assoluto come headliner negli Stati Uniti.

S: Cosa puoi dirci dell’imminente tour europeo che vi vedrà protagonisti?

C: Avremo un bel po’ di date nel Regno Unito e in altre parti d’Europa e sarà la prima volta dall’uscita del nuovo album. Inoltre, torneremo a Milano come headliner dopo essere stati gli special guest per la data dei The Kooks al Fabrique lo scorso autunno. Che dire? Siamo veramente eccitati.

S: Proprio perché hai menzionato i The Kooks, qualche giorno fa leggevo che sarete la support band per il loro tour americano. La maggior parte delle date sono già sold out. Come ti senti al riguardo? Come pensi che sarà?

C: Negli Stati Uniti la vendita di biglietti è qualcosa di enorme. Pensare a dei sold out… beh wow. Come band sappiamo cosa fare però. In queste occasioni sappiamo che il nostro lavoro è riscaldare il pubblico e non fare qualcosa che riguardi soltanto noi. Tutto sta nel riuscire a trovare un compromesso tra il suonare e l’intrattenere, se ci riusciamo come band siamo contenti. Alla fine, quello che la gente vorrà veramente saranno i The Kooks ma per noi sarà comunque un’esperienza incredibile e ci sarà da divertirsi.

S: Ho un fun fact personale che vi riguarda come band. La prima volta che vi ho sentito è stato durante una lezione in cui si parlava di video content. Il professore mostrò alla classe il vostro video live looper di Bear Claws. Di chi è stata l’idea e quanto è stato difficile realizzarlo?

C: [risate] ti posso dire che è stato molto difficile. In generale, sapevamo che ci fosse questo ritardo nelle dirette di Facebook e di Instagram e stavamo pensando a come sfruttarlo. Non siamo persone molto all’avanguardia per quanto riguarda la tecnologia ma eravamo interessati a fare qualcosa di simpatico e allora abbiamo deciso di parlarne con qualcuno.

La nostra etichetta di New York ha pensato che l’idea fosse interessante, presentandoci quindi a delle persone che di tecnologia se ne intendono parecchio. Prima di andare in tour abbiamo provato a vedere se si potesse realizzare qualcosa.

Un giorno siamo entrati in questa stanza, abbiamo scelto la canzone e abbiamo provato a lavorarci su. Il ritardo di Facebook sarebbe stato intorno ai 30 secondi. Quindi abbiamo modificato il bpm di Bear Claws e abbiamo iniziato a ricostruirla.

L’abbiamo provata e riprovata per due giorni di fila per poi fare una diretta prova su Facebook. Andata bene quella abbiamo deciso di realizzare una vera e propria diretta ufficiale sul nostro Facebook.

S: L’idea è stata apprezzata tantissimo dal pubblico del web. Però personalmente mi è venuto automatico chiedermi “e ora?”, perché sono sicuro che il pubblico si aspetterà un altro video tanto sorprendente come questo se non di più. Un po’ come succedeva agli Ok Go, che però tornavano alla ribalta con video e coreografie sempre più fuori di testa. Pensi che ci saranno delle aspettative anche nel vostro caso?

C: Si forse un po’ si. Abbiamo scoperto che tanta gente che viene ai nostri concerti ultimamente viene proprio per merito di quel video. Ci piace fare cose interessanti ma vogliamo farle solo se abbiamo un’idea o un concept che ci entusiasma. Non vogliamo che sia una cosa meccanica ma piuttosto qualcosa di naturale e soprattutto innovativo.

Hai parlato degli Ok Go, mi fa piacere essere paragonati a loro. Di sicuro una delle prime band che ha rivoluziona l’indie rock nella forma del video musicale. Vedremo se ci verranno altre belle idee.

S: Il vostro nuovo album è uscito qualche mese fa e sta già riscuotendo tanti apprezzamenti. Cosa c’è dietro la produzione di quest’ultimo album?

C: La produzione è stata molto semplice anche se, a dirti la verità, devo dire che noi non siamo mai stati una band da studio. Siamo sempre sul palco o in sala prove. L’obiettivo principale per l’album è stato quello di fare in modo che tutti gli strumenti fossero complementari tra di loro. Abbiamo semplificato tutte le canzoni, volevamo che l’album si rivelasse pian piano nel suo ascolto.

Avremo selezionato le tracce che lo compongono tra una quarantina di canzoni che avevamo, raccogliendo assieme quelle che avrebbero potuto rappresentare al meglio un album di debutto. Volevamo realizzare qualcosa che fosse coeso, ben mescolato e che si potesse intendere con un’unità unica.

S: E come lo descriveresti a qualcuno che non lo ha ancora sentito?

C: Posso dire che è una divertente ed energetica mezz’ora di musica, caratterizzata da un sound upbeat indie pop che si alterna tra momenti di tristezza e di gioia. Questo album non cerca di reinventare il mondo dell’indie music ma anzi di rendere omaggio a tutte quelle che sono state le band che ci hanno influenzato da giovani. Gruppi come i The Strokes, The Killers, i primi Kings of Leon e Franz Ferdinand. È un album influenzato da tanti percorsi, percorsi che negli anni hanno portato al formarsi e consolidarsi del genere.

S: Ascoltando l’album ovviamente non si può non notare la canzone Why Can’t We Be Friends?: una vera e propria colla, non ti lascia andare. Puoi dirci qualcosa al riguardo? Da dove viene questa canzone?

C: È una delle canzoni più interessanti, perché è una delle più vecchie all’interno dell’album e una volta la suonavamo in modo completamente diverso. Aveva un sound incisivo, molto duro. La suonavamo sempre a volumi veramente pesanti, tanto che ci facevano male le orecchie alla fine. Ricordo che il ritornello ci è piaciuto sin dall’inizio.

Nel mettere insieme l’album è stata l’ultima a essere registrata perché non aveva senso con il resto dell’album ma non l’avremmo mai voluta lasciare fuori.

Un giorno mi sono messo a suonarla alla chitarra acustica e allora abbiamo provato a semplificare tutta la canzone, ricostruendola dall’inizio. Il groove è cambiato quando abbiamo reso la linea di basso più diretta e aggiunto diverse chitarre. Questa canzone ci ha insegnato l’importanza di semplicità e spazio, permettendo che ciascun strumento abbia il suo.

L’idea del “perché non possiamo essere amici?” ci ha sempre lasciato un segno. Ognuno di noi all’interno della band è legato a questa canzone in modo particolare e proprio per questo non potevamo non inserirla all’interno dell’album… in più è una canzone che coinvolge tantissimo il pubblico.

S: Dai allora vogliamo sentire anche la versione tosta durante il live a Milano.

C: Buona idea, sarebbe fico.

[Non è successo ma abbiamo parlato di nuovo con Craig e non vede l’ora di tornare per farlo]

S: Qual è la tua canzone preferita dell’album?

C: la mia canzone preferita cambia sempre ma al momento ti direi Why Can’t We Be Friends. Mi piace mettere su le cuffie e sentirla.

S: Qual è invece la canzone che preferisci suonare dal vivo?

C: dal vivo la mia preferita è Bite My Tongue. La suonavamo già e fa sempre divertire il pubblico.

S: Cosa ci puoi dire delle tue influenze musicali? Cosa ti ispira a fare musica nel modo in cui la fai?

C: Beh crescendo non ascoltavo molta “guitar music”, almeno fino ai 16 anni. Ascoltavo soltanto rap e avevo dei gusti orribili. Poi ho iniziato ad ascoltare gli Oasis, ho preso la chitarra lasciandomi andare al mondo di MTV e di tutte quelle nuove band che uscivano allora.

Gruppi come i The Strokes infatti me li sono persi, sono dovuto tornare indietro e ascoltarmeli. Ho vissuto però band come i Vampire Weekend, grande influenza per me, i The Vaccines, band incredibilmente costante nonostante il passare degli anni, gli Arcade Fire, che mi hanno influenzato tanto per quanto riguarda il songwriting, e anche i Phoenix, influenza non solo per me ma per tutta la band.

S: Con chi ti piacerebbe collaborare? Che sia un featuring, una produzione o altro.

C: Penso che mi piacerebbe tantissimo collaborare con qualcuno del passato e in quel caso sarebbe John Lennon. Lo dico sempre. Per quanto riguarda il futuro invece credo vorrei fosse Frank Ocean, mi piace tantissimo, è uno dei miei artisti preferiti al momento e mi piacerebbe vedere un incontro tra il suo stile di musica e il nostro.

S: Ultima domanda, quale una cosa che i media non ti hanno ancora mai chiesto o puoi dirci qualcosa che non hai mai rivelato in nessun’altra intervista finora?

C: [risate]… proprio perché questa intervista è fatta in vista della data italiana di Milano mi viene da pensare al fatto che non mi è stato mai chiesto dove mi piacerebbe ritirarmi a fine carriera. Lo trovo divertente perché il mio sogno, sin da quando ho avuto sei anni, è quello di ritirarmi per andare a Capri. Vorrei proprio andare a vivere lì.

S: Beh che dire? Che onore e ottima scelta!

 

 

Foto a cura di Marco Battezzati

 

 

 

Scaletta:

Permanent Vacation

Bite My Tongue

Television

Mixtape 2003

Chasers

Thought I Told You

Fake ID

Linger (The Cranberries cover)

Why Can’t We Be Friends

I Feel It Too

Different

Northern Boy

Bear Claws

 

 

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