L’Infinito leopardiano secondo Samuel dei Subsonica

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samuel

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di  là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Recita così una delle poesie più conosciute di Giacomo Leopardi (1798-1837), il poeta più importante ed influente della letteratura ottocentesca italiana.

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Giacomo Leopardi trascorre buona parte della sua vita a Recanati, nelle Marche, in cui è nato. Il poeta passa gli anni della sua adolescenza nella biblioteca del padre, sfamando il suo desiderio di conoscenza grazie allo studio della letteratura e alla composizione poetica. L’eccessivo studio e isolamento gli causano però gravi complicazioni alla salute fisica, che ne risentirà alla soglia dei suoi diciott’anni e lo porterà ad ammalarsi gravemente.

Ma io non aveva appena vent’anni,
quando da quella infermità di nervi e di viscere,
che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte,
quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo;
poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto,
e credo oramai per sempre.”

Ed è a partire dalla propria sofferenza che Leopardi inizia a nutrire un interesse tanto profondo per la sofferenza umana, indagandone le cause e cercando di capire quale fosse il vero significato della vita.

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Il giorno 21 marzo, equinozio di primavera, viene celebrata la Giornata mondiale della Poesia, istituita dall’UNESCO nel 1999. Lo stesso giorno, duecento anni fa, Giacomo Leopardi compose L’Infinito. La città di Recanati ha deciso così di commemorare l’anniversario della poesia, organizzando una serie di eventi nelle giornate dal 21 al 24 marzo presso il Teatro Persiani e il museo di Villa Colloredo Mels. Per l’occasione, numerosi ospiti tra cui Vittorio Sgarbi, l’attore Salvo LoPresti e, per l’appunto, Samuel Romano, sono stati chiamati a parlare del loro Infinito, in poesia, arte, letteratura, e musica.

“La data, che segna anche l’equinozio di primavera, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace. La celebrazione, appunto, cade il primo giorno di primavera in armonia con l’idea di un’arte poetica originaria e presupposto di tutte le altre forme di creatività letteraria ed artistica, luogo fondante della memoria della nostra società.” ( XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco).

Samuel dei Subsonica parla di musica e del suo concetto di infinito, a partire dall’ultimo album della band torinese, 8. Numero che, capovolto, rimanda lui stesso al simbolo dell’infinito, espressione di una realtà esente da qualsiasi limite spaziale e temporale e della ciclicità degli eventi.

Samuel inoltre rivela che la sua canzone preferita di 8 è “Cieli in fiamme”; un pezzo toccante, ricco di tensione e lotta tra bene e male, luce e ombra.

“E poi restiamo qua ad attendere un’alba che poi
Forse verr
à nuovamente a salvarci poi
Addormentati qua tra le braccia e il mio demone no
Non ti trover
à
Non ti trover
à

Il cantautore continua il suo intervento ricordando la città di Recanati, in particolare dello storico Bar Fly, in cui si è tenuto l’ultimo concerto dei Subsonica da precari.

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L’incontro tra musica e poesia

Samuel interviene parlando dell’importanza del concetto di infinito contenuto nella poesia leopardiana. Il poeta era infatti solito rifugiarsi sul Monte Tabor per scappare dalla opprimente realtà della vita quotidiana; un luogo, quest’ultimo, sul quale Leopardi compose proprio la sua poesia L’Infinito. Sopra quella collina, Leopardi siede e ammira il paesaggio circostante, ma la presenza della siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” gli impedisce di vedere oltre quell’ostacolo. La siepe gli impedisce di vedere l’infinità dello spazio, della natura, ma è proprio grazie a questo ostacolo che, oscurando la vista, il poeta riesce a ‘“fuggire” e ad evadere dalla realtà, ma con la mente e l’immaginazione.

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Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura.”

La preclusione del senso della vista, e quindi l’utilizzo dell’immaginazione, potrebbero spaventare l’uomo, non abituato a trovarsi in compagnia della propria solitudine e in un ambiente estremamente silenzioso, nel quale il rumore dei propri pensieri è più forte che mai, tavolta angosciante. L’immaginazione, il viaggio da compiere per andare oltre la siepe e quindi la scoperta dell’ignoto non spaventano però l’artista. Il non poter raggiungere l’orizzonte, il definito, è un presupposto fondamentale per rappresentare in arte l’infinito. Ed è grazie a questa esperienza di un apparente smarrimento della mente che l’artista si sente ispirato, cattura il momento di infinito che vive e lo intrappola in versi, o nel caso di Samuel in musica.

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Il suono del vento che agita le piante porta però l’artista coi piedi per terra. Un evento che scatena nella mente l’idea di eternità: eternità del tempo trascorso, dimenticato e del tempo attuale, del presente. In questa immagine dell’immensità del tempo il cuore dell’artista sprofonda dolcemente, “e il naufragar m’è dolce in questo mare”. L’artista trova riparo e conforto in quel sentimento di sgomento e di immensità e si fonde con l’universo.

L’artista si fonde con la sua arte. E noi non possiamo fare altro che identificarci in quell’arte per farla nostra.

Stasera, però, non ascolterete melodie propriamente “leopardiane”, ammette Samuel, che organizza un dj set all’interno del suggestivo Teatro Persiani. Un accostamento sbalorditivo, che sfugge alla comprensione anche dello stesso Samuel ma, d’altronde, non esiste luogo che la musica non possa raggiungere.

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La musica è una componente fondamentale anche nella poetica leopardiana. Ne “La teoria del piacere” Leopardi tratta del piacere infinito, irraggiungibile nella realtà, ma raggiungibile solo attraverso l’immaginazione, che aiuta l’artista ad evadere da una realtà di infelicità e di noia. Per Leopardi il suono è suggestivo perché vago, e quindi anche in poesia l’immagine del vago che le parole riescono a creare è tanto suggestiva quanto quella creata dal suono. La musica è inoltre capace di entrare in contatto col sentimento umano, di evocare ricordi e di suscitare immagini poetiche.

La musica di Samuel è fatta di suoni e armonie, che si legano tra loro, danzano nell’aria. Non mancano le immagini visive, fatte di vortici, spirali, segni geometrici in loop che astraggono la mente dello spettatore.

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La musica se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e dev’esserle di tutte le anime capaci di entusiasmo. I divertimenti e le distrazioni, se anche non fossero di mio genio, sono per sentimento di tutti quelli che mi conoscono il solo rimedio che resti alla mia salute distrutta, senza il quale io vo a perire e consumarmi inevitabilmente fra poco”. 

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Nel teatro risuona un insieme di immagini sonore e visive che riescono a suscitare l’idea di vago e indefinito tanto desiderata da Leopardi. Perché la musica, si sa, riesce ad evocare le passioni, i sentimenti, gli stati dell’animo umano anche quando si distacca dalle parole, senza però perdere di significato ed efficacia. Ma in fondo noi, senza musica, cosa siamo?

 

 

 

 

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