L’imperfezione e l’unicità di Sevdaliza

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Ho scoperto Sevdaliza per caso su Spotify, prima imbattendomi in qualche remix e poi vedendola comparire nelle mie Discover Weekly. Ci è voluto ben poco per rimanerne folgorato e decidere di andare a vederla a Milano dal vivo, ancor più ora che ha pubblicato, da qualche mese, il suo primo vero album. Fin da subito mi ha colpito lo stile molto variegato, ma sempre raffinato, delle sue canzoni, dei suoi video, e in generale il modo in cui interpreta e vive le sue creazioni.

Il suo concerto mi ha fatto venire ancora più voglia di ascoltarla e di approfondire la sua arte – perché di arte a tutto tondo si tratta, non solo di musica. Vederla dal vivo è un’esperienza incredibile che aggiunge tantissimo al semplice ascolto a cui ci si “limita” da casa: nei concerti le canzoni sono inserite in una splendida cornice che le arricchisce con luci splendide, balli e una grande rivisitazione sia vocale che delle basi musicali.

sevdaliza

A partire dalla sua entrata in scena vengono i brividi: occhi chiusi, camminata lenta, sostenuta, un’aura regale – quasi divina -, un portamento e un’eleganza che ricordano tranquillamente la bellezza del busto di Nefertiti. Sevdaliza inizia a cantare e strega tutto il pubblico fino all’ultimo secondo.

Ogni canzone è associata a un colore di luci diverso, è interpretata a modo proprio, seguendo i vari generi dai quali Sevdaliza attinge (e che rimodella per i suoi pezzi), mentre lei balla con una compostezza e allo stesso tempo una femminilità poderosa e un fascino ammaliante insieme ad un bravissimo ballerino. Ed è così che Bluecid diventa quasi un tango su fondo blu con bassi resi più potenti, That Other Girl una robot-dance funerea con luci verdi e bianche, Human un inno alla bellezza dell’imperfezione umana, Bebin una sensualissima danza persiana (oltretutto cantata in farsi).

L’abilità di Sevdaliza di condensare un trip hop che ricorda alcuni pezzi di Mezzanine dei Massive Attack, un r’n’b che in qualche modo richiama FKA Twigs, il jazz, il tango e quell’elemento iraniano che scorre nel suo sangue (un potenziale a mio avviso ancora non sfruttato del tutto) non è completa se non si considera anche l’anima trasposta nei testi, quasi sempre criptici ed essenziali, ma molto ricercati, crudi, a volte perfino strazianti: cioè veri, sentiti.

Una volta finito il concerto non si può far altro che sentirsi arricchiti, e fieri – fieri di essere fra quei pochissimi che in Italia la apprezzano (a Berlino i suoi concerti sono regolarmente sold out). Sevdaliza insegna ad amare l’imperfezione e l’unicità che ognuno di noi rappresenta: comprare un biglietto per vederla dal vivo non è solo un modo per sostenerla (è artista indipendente), ma è, prima di tutto, un regalo che si fa al proprio animo.

Un regalo che non appaga mai al massimo, perché dopo averla vista una volta, la si vorrà vedere di nuovo.

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